Sistemi di credenze o idee atomizzate?

Una tesi sulla struttura delle idee politiche

di Arturo Bertero

Per decenni, la psicologia ha cercato la radice unica di disturbi come la depressione: una causa profonda e nascosta, una sorta di fonte invisibile che desse senso all’emergenza, spesso improvvisa e simultanea, dei sintomi che caratterizzano una sindrome. Recentemente, una nuova idea ha scardinato questa visione: il network approach. Secondo questa prospettiva, i sintomi non sono effetti paralleli causati da un fattore sottostante, ma ingranaggi di un sistema interattivo, che si influenzano a vicenda e si rafforzano nel tempo.

Secondo il modello tradizionale, i sintomi psicologici di una sindrome non interagiscono direttamente tra loro. Quando un terapeuta osserva stanchezza, solitudine, e cattivo umore, è portato a credere che la spiegazione latente di questi indizi sia proprio l’insorgere di una condizione depressiva. Il network approach si basa sull’intuizione che i sintomi possano invece autoalimentarsi. Ad esempio, l’insonnia può peggiorare la concentrazione; la scarsa concentrazione può alimentare i sensi di colpa; questi sensi di colpa intensificano la tristezza, e così via. Perciò, le sindromi somigliano a stormi di uccelli: nessuno comanda, eppure il gruppo si muove come un solo organismo. Ogni animale regola il proprio volo osservando i vicini, e da queste micro-interazioni nasce un ordine collettivo, elegante, coerente e sorprendentemente stabile.

La mia tesi mira ad applicare questa intuizione nelle scienze politico-sociali. In politica, infatti, si tende spesso a pensare che le opinioni delle persone — ad esempio, “lo Stato dovrebbe diminuire le tasse” oppure “gli immigrati rubano il lavoro”— siano l’espressione di un’ideologia sottostante, stabile e coerente. E se fosse vero il contrario? È possibile che non sia l’ideologia a generare le opinioni, ma le opinioni stesse a formare una rete che si auto-organizza e rafforza?

Prendiamo il populismo. A differenza delle grandi ideologie novecentesche, non è un sistema chiuso e dottrinale. È piuttosto una costellazione fluida di idee, che ruota attorno ad assiomi semplici — come la contrapposizione tra “popolo puro” e “élite corrotte” — e che può mescolarsi tanto con visioni di destra quanto con quelle di sinistra. Proprio per questo è stata definita come “ideologia sottile”: capace di adattarsi, contaminarsi, sovrapporsi ad altri discorsi. Il populismo, inoltre, tende a legarsi ad altre credenze: complottismo, sfiducia verso le istituzioni, giustificazione della violenza politica. Tutto ciò suggerisce che le idee politiche non vivono in isolamento: si influenzano, si contagiano, si rafforzano a vicenda. Proprio come i sintomi di una sindrome.

L’idea non è nuova. Già nel 1964, il politologo Philip Converse parlava dei “belief systems”: insiemi di opinioni politiche collegate tra loro da vincoli logici, motivazioni psicologiche, o tenute insieme da meccanismi sociali. Forse a causa di limiti tecnici e della limitata comunicazione tra i saperi scientifici, la sua intuizione è a lungo rimasta ai margini.

La mia ricerca parte proprio da qui: per capire come le opinioni sulla politica, dobbiamo intrecciare saperi diversi. Serve la scienza politica, per cogliere il ruolo dei partiti. Serve la sociologia, che ci insegna quanto contano classe e contesto sociale. Serve la psicologia, per comprendere emozioni, valori, e tratti individuali. Serve la filosofia, per interrogarsi sul significato stesso di “ideologia” e “credenza”. E servono le scienze computazionali, per tradurre questa complessità in dati, modelli e ipotesi verificabili. Solo intrecciando questi saperi possiamo davvero osservare il pensiero politico come un sistema in movimento.

Nella mia tesi, ho cercato di dare forma concreta a questo approccio. Studiando i Paesi Bassi e gli Stati Uniti, ho scoperto che le idee sull’uguaglianza assumono configurazioni e strutture diverse; tuttavia, in entrambi i casi questi pensieri sono fortemente plasmati dalla credenza (o dal rifiuto) di ideali meritocratici. In Italia, invece, ho trovato che le idee politiche sono spesso deboli e slegate tra loro — ma solo tra chi si interessa poco di politica; tra i cittadini più coinvolti, al contrario, emergono sistemi interdipendenti, densi, e coerenti. In un’altra analisi, basata su sondaggi raccolti in tutta l’Unione Europea tra il 1989 e il 2019, ho studiato la relazione tra struttura delle preferenze elettorali e partecipazione. La ricerca mostra che quando le persone riescono a distinguere in modo nitido i partiti in campo, sono più propense ad andare a votare. La struttura del sistema di credenze, insomma, è legata ad importanti scelte politiche.

Cosa possiamo imparare da tutto questo? Anzitutto, che studiare la struttura del pensiero politico conta. Il network approach non sostituisce, ma arricchisce la ricerca tradizionale: accanto al cosa pensa l’opinione pubblica, ci mostra come pensano i cittadini. In secondo luogo, che occuparsi di teoria e metodologia non è un esercizio astratto: in una democrazia, le opinioni dei cittadini guidano le scelte dei governi. Capire da dove nascono, come si formano e come si connettono è quindi fondamentale. La mia tesi mostra che solo tra i cittadini con un alto interesse per la politica le idee si comportano davvero come un sistema: interdipendenti, coerenti, strutturate. Per gli altri, invece, gli atteggiamenti sono più instabili, più esposti agli stimoli esterni — leader, partiti, media, o reti sociali.

In definitiva, la mia ricerca è un invito a guardare oltre i singoli atteggiamenti politici. È viaggio che passa attraverso i confini tracciati da diverse discipline per esplorare i legami invisibili che trasformano opinioni sparse in veri e propri sistemi di credenze. Come in psicologia i ricercatori hanno fatto progressi importanti interpretando le sindromi come sistemi, così in politica è importante riconoscere che nessuna idea, per quanto potente, esiste isolata dalle altre.

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